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Ipossia, il grande ostacolo all'uso contino

Il meccanismo patogenetico implicato nella comparsa degli effetti collaterali più importanti del segmento anteriore dell’occhio è l’ipossia. La cornea, per svolgere le sue attività vitali, ha bisogno di ossigeno, come ogni altro tessuto, ma non avendo una vascolarizzazione propria soddisfa il suo fabbisogno di ossigeno attingendolo da varie sorgenti.

Nella condizione di “occhio aperto” la cornea soddisfa il proprio fabbisogno di ossigeno dall’atmosfera (pO2=155 mmHg) tramite il film lacrimale e dall’umor acqueo, che fornisce tale gas all’endotelio ed al terzo basale dello stroma, cioè alla superficie posteriore della cornea.

Nella condizione di “occhio chiuso” i vasi della congiuntiva palpebrale apportano la maggior quantità di ossigeno (pO2=55 mmHg) mentre una piccola quantità è fornita dai vasi del limbus e dall’umor acqueo. Dunque, la performance di ossigeno equivalente (EOP) raggiungibile ad occhi chiusi, 75 mmHg, equivalente ad una concentrazione atmosferica del 8,1%, è inferiore a quella ottenibile nella condizione di occhi aperti 155 mmHg, corrispondenti al 20,9%.

Il ridotto apporto di ossigeno comporta un’alterazione del metabolismo dei cheratociti: il tasso del metabolismo aerobico si riduce (ciclo di Krebs), dall’altissimo rendimento energetico (da 1 mole di glucosio si ottengono 36 molecole ATP), mentre aumenta quello anaerobico a bassa resa energetica.

Come risultato viene ad aversi una quantità eccessiva di acido lattico che, accumulandosi nello stroma, induce un vigoroso richiamo osmotico di acqua che comporta “edema corneale”. Lo spessore medio del punto centrale della cornea si aggira sui 500-570 µm. L’accumulo di lattato, inoltre, determina un’acidosi corneale che è legata all’ipossia ed all’ipercapnia. L’elevata concentrazione di anidride carbonica (CO2) ha un ruolo di particolare interesse. Non appena la CO2 cerca di tornare nell’atmosfera dalla cornea, si accumula dietro le lac morbide. Questo porta ad un ulteriore abbassamento del pH dello stroma e dell’epitelio.

Bonanno e Polse hanno dimostrato che il pH dello stroma corneale allo stato normale è approssimativamente 7,55 quando gli occhi sono aperti e 7,37 quando questi sono chiusi. Diminuendo la trasmissibilità ai gas con lenti gas-impermeabili, diminuisce anche il pH stremale ad un livello di 7,1. Tale cambiamento del pH produce una reazione bollosa dell’endotelio (blebs) ed un’acidosi corneale prolungata può essere responsabile del polimegatismo endoteliale che si manifesta nei portatori di lac nel tempo, o in un occhio chiuso, per esempio durante una ptosi prolungata.

Anche l’integrità dell’epitelio, in tali condizioni, viene meno in quanto si riduce la funzione della pompa Na+/K+ ATPasi dipendente, che garantisce la deturgescenza cioè la relativa disidratazione corneale  con conseguente edema stremale ed epiteliale che al rilievo clinico si manifesta con strie e microcisti. L’edema epiteliale è superficiale, mentre quello stremale è profondo e può arrivare fino alla forma grave di cheratopatia bollosa.

L’edema rappresenta un insulto tissutale che, in aggiunta alla ridotta capacità riparativa dell’epitelio, esita in soluzioni di continuo che offrono ai batteri patogeni una possibile via d’invasione.

L’esame biomicroscopico permette di evidenziare manifestazioni diverse in funzione degli strati interessati. In superficie si osservano delle pieghe epiteliali la cui origine è mista: meccanica ed edematosa; esse possono raggiungere un aspetto a mosaico. Nell’epitelio si hanno: microcisti e vacuoli, neovascolarizzazioni, colorazioni, pseudodentriti. Nello stroma si hanno strie e ripiegamenti (pliche), dellen (assottigliamenti localizzati dello stroma corneale legati alla cattiva distribuzione lacrimale ed alla relativa comparsa di un’area secca in corrispondenza di una zona di mancanza di congruità tra palpebra e superficie oculare), opacità, infiltrati corneali sterili, neovascolarizzazioni. L’endotelio è un tessuto monostratificato dello spessore di circa 5 µm. La combinazione dei fenomeni legati all’ipossia ed all’acidosi, seguenti all’uso di lac, è alla base delle alterazioni del mosaico endoteliale e sono: blebs o bolle endoteliali, pleomorfismo endoteliale, alterazioni della densità.

Misure fisiche e fisiologiche della permeabilità all’ossigeno

I due parametri chimico-fisici che in modo incontrovertibile qualificano il passaggio di ossigeno attraverso una lac sono:

·         La permeabilità: DK è il prodotto tra D che è il coefficiente di diffusione di un gas e K che è quello della solubilità dell’ossigeno attraverso un biomateriale dato in funzione della temperatura. Esiste una relazione logaritmica tra il contenuto in acqua e l’ossigeno permeabilità dovuta al fatto che l’ossigeno diffonde attraverso l’acqua contenuta nei polimeri idrogel. Così più alto è il contenuto di acqua più alta è la permeabilità all’ossigeno. Però le lac con alto contenuto di acqua sono più fragili e più spesse. Il maggiore spessore determina una trasmissibilità inferiore nonché un minor comfort.

·         La trasmissibilità: Dk/t è il prodotto della permeabilità per lo spessore (t) della lac. Questo parametro tiene conto dello spessore che varia dal centro alla periferia della lac. Il valore dello spessore centrale è usualmente specificato, mentre il reale spessore dell’intera superficie di una lac non lo è perché è variabile nei diversi punti.

La permeabilità e la trasmissibilità sono i due parametri che predicono la biocompatibilità di una lac, infatti una lac è biocompatibile se è ossigeno permeabile.

Lac in silicone idrogel

Da quanto detto risulta chiaro che il grande ostacolo all’uso continuo sia il ridotto apporto di ossigeno e per questo sono stati compiuti numerosi sforzi per arrivare alla produzione di “nuove” lac che superassero il grande limite delle lac idrogel della vecchia generazione con copolimeri di Hema che non permettono un adeguato flusso di ossigeno.

In particolare le lac in PolyHema al 40% di idratazione consentono un flusso di 2,64 µl/Cm²/h, quelle al 70% di idratazione del 4,41  2,64 µl/Cm²/h nella condizione di occhi aperti, in quella ad occhi chiusi rispettivamente di 0,736 µl/Cm²/h e 1,22 µl/Cm²/h. Questi valori sono inferiori sia al fabbisogno di ossigeno corneale “normale” che è stato fissato a 5 µl/Cm²/h da Hill e Fatt nel 1964 e poi a 7 µl/Cm²/h da Larke et al. Nel 1981, sia a quello minimo di 3,5 µl/Cm²/h. L’ossigeno ha un’alta solubilità (elevato k) nella gomma di silicone grazie ai legami silicone-ossigeno e silicone-carbonio.

Formare un copolimero che unisca le proprietà idrofiliche dell’idrogel con quelle idrofobiche del silicone è stato possibile con l’introduzione di un gruppo idrossile. Si ottiene così un copolimero con un’eccellente ossigeno-permeabilità nonostante abbia un basso contenuto di acqua e che permette la realizzazione di lac che possono essere usate “a lungo”, senza provocare la sensazione di corpo estraneo o di dolore.

Risiede proprio nella struttura bifasica la grande innovazione di queste lenti: la fase idrofoba ossigeno-permeabile è composta da monomeri e macro-monomeri che contengono silossano, fluorosilossano o tripli legami di carbonio, mentre la fase ione-permeabile contiene monomeri di idrogel, insieme al polietilene. Normalmente due materiali che si trovano in diverse fasi hanno diversi indici rifrattivi, ma la scoperta chiave di questi nuovi materiali è la presenza di due fasi continue che garantiscono una visione nitida.

In conclusione, conoscendo il limite della quantità di ossigeno necessario alla cornea per evitare l’anossia e quindi l’edema stabilito da Harwitt e Bonanno in 125 unità (DK), alcuni produttori hanno sviluppato materiali altamente biocompatibili in grado di fornire una grande trasmissione di ossigeno sia durante la fase di “occhi aperti” che durante quella ad “occhi chiusi”. Oggi, queste lenti sono disponibili sul mercato e un Optometrista preparato saprà dare le indicazioni migliori sull'uso di tali lenti e sulla loro gestione nel tempo.

 

 

Sito a Cura del Dr. Massimiliano Stolfa Master Doctor of Optometry - Sate University of Riga - Latvia.

Specialista in optometria comportamentale, nel recupero delle difficoltà di apprendimento causate da problemi visivi e/o visivo-comportamentali, nella visione binoculare, in ortocheratologia e contattologia avanzata.